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“Più business insieme per volerci ancora più bene”, intervista con l’Ambasciatore Ronald P. Spogli


The following interview appeared in Italian on the “La Sicilia” daily on July 19, 2008. (L’ambasciatore degli Stati Uniti in Italia fa il punto sui rapporti tra i due Paesi)


Taormina — Un amore fatto di sentimento e ragione. «E’ la fortuna più bella della mia vita», dice Ronald P. Spogli della sua esperienza di ambasciatore degli Stati Uniti in Italia. E si avvia a completare il mandato convinto che il profondo rapporto tra i due Paesi dev’essere conservato e rafforzato con la concretezza del business, del fare affari insieme: non a caso lui è a Taormina per un convegno finanziario.

Ambasciatore, quasi tre anni fa, in una precedente intervista, lei disse che in cima alla lista dei suoi obiettivi c’era quello di migliorare gli scambi economici e gli investimenti tra Stati Uniti e Italia. Oggi qual è il suo bilancio?
«Posso dire che nell’arco di tre anni abbiamo gettato diverse fondamenta per un aumento nel futuro della nostra attività commerciale. Abbiamo puntato molto sul venture capital e sul private equity come meccanismi per aumentare la nostra attività economica. Credo che abbiamo fatto molto per stimolare e favorire la crescita in Italia di questi due elementi. Abbiamo portato venture capitalists americani qui in Italia, siamo andati in America con gruppi di aspiranti venture capitalists e investitori italiani sia nella Silicon Valley sia in altri posti. E poi abbiamo creato un programma che punta sui giovani: si chiama BEST, che vuol dire Business exchange student training. L’idea è quella di selezionare in base al merito un gruppo di dottorandi post-doc, nel mondo ingegneristico e delle scienze, che vogliono avviare un’attività, mandarli per sei mesi nella Silicon Valley, a studiare l’imprenditorialità alla Santa Clara University e poi a fare uno stage in un’azienda hi-tech, per capire meglio come a partire da un’idea, da un puro concetto, si crea un’azienda. Questi ragazzi devono sottoscrivere l’impegno a tornare almeno per due anni in Italia, perché non vogliamo aumentare la fuga dei cervelli. Abbiamo cominciato l’anno scorso con 5 borsisti. Quest’anno ne manderemo quasi 20, e l’anno prossimo forse 40-50. Una cosa bella è che questo programma è finanziato completamente da privati in Italia, aziende italiane, aziende americane che operano qui, e da alcune regioni e alcuni comuni. Attraverso un programma di questo tipo i giovani incominciano a capire che sono bravi, e i vostri migliori sono veramente bravissimi, mentre gli manca forse la fiducia che viene quando si riscontra un successo. Negli Stati Uniti vedono i coetanei, anche loro bravi, e certo non tutti geni. E capiscono: anch’io ce la posso fare».

Lei pensa che la politica possa governare la crisi economica che il mondo sta attraversando, per il crollo dei mutui subprime e per i prezzi delle materie prime, oppure certe forze speculative sfuggono a ogni controllo?
«I governi sono certamente in grado di influire in questi fenomeni. E abbiamo visto che per esempio negli Stati Uniti la Fed ha preso posizioni molto forti. Questo periodo viene paragonato – troppo spesso, secondo me – al 1929. Alcune cose simili certamente si possono riscontare, ma per me oggi è molto diverso. In quel periodo chi aveva il potere non reagì alla crisi per molto tempo e quando reagì – è la critica col senno del poi – lo fece nel modo sbagliato. I governi attuali sono in grado di agire e lo stanno già facendo, e questo è un fattore molto positivo.

Berlusconi ha lanciato l’idea di una sorta di cartello dei Paesi consumatori per stabilire un tetto al prezzo del petrolio. Bush ha rimosso il veto alle trivellazioni petrolifere off-shore. Sono misure efficaci per contenere i rincari? Capisco che lei non può criticare Bush…
«E nemmeno la politica del vostro primo ministro…»

Ma lei è noto per la sua franchezza, al di là dello stile diplomatico…
«Comunque io penso che ci sono tantissime idee per affrontare questi problemi mai visti, col prezzo del greggio a certi livelli, e magari alcune saranno anche buone. Però l’importante, con un prezzo così alto del greggio, è che il mondo incomincia ad avere una prospettiva diversa. Anche se il prezzo dovesse scendere a 60 dollari al barile o meno, credo che nessuno pensi di tornare all’uso che del greggio si faceva prima. Ora si punta su altre fonti energetiche, ed è fondamentale la capacità di risparmiare energia. Alcune abitudini, per esempio sull’uso delle auto, stanno già cambiando negli Stati Uniti».

Quali sono stati i momenti migliori del suo mandato? E i momenti negativi?
«E’ stata un’esperienza veramente unica. Venni la prima volta la calda estate del ‘68 a Firenze, come studente. Ho una lunga esperienza di contatti con l’Italia, che amo profondamente. Ho avuto tantissime grandi fortune in vita mia, ma devo dire che fare l’ambasciatore del mio Paese nel Paese dei miei avi è stata la più bella. Un momento di particolare, diciamo, perplessità, è stato quello del passaggio dal precedente governo di Berlusconi al governo di Prodi. Ma alla fine posso dire che abbiamo avuto un rapporto estremamente positivo col governo di Prodi, e credo che il merito vada a persone come lo stesso Prodi e D’Alema».

Per quanto riguarda la presenza militare americana in Italia, sono previsti cambiamenti in Sicilia, in particolare nella base di Sigonella?
«Sigonella per noi è molto importante. Importante per la posizione geopolitica che l’Italia ha rispetto al Medio Oriente e al Nord Africa, e nel bacino mediterraneo. Noi contiamo molto sull’Italia, come parte fondamentale della Nato, per la sicurezza. E Sigonella è un punto di riferimento. Abbiamo speso più di 900 milioni di dollari fra il 1999, mi sembra, e il 2006 per ammodernare e ampliare la base, e per il futuro io prevedo la possibilità di un aumento di attività della base, non di una diminuzione».

Qual è oggi la percezione che si ha della Sicilia negli Stati Uniti? E’ ancora dominante, al di là delle bellezze naturali e culturali, l’immagine della mafia? E il rischio-criminalità scoraggia gli investitori?
La Sicilia, come lei sa meglio di me, è una terra di grandi contrasti: storici, culturali, e di realtà attuali. Ma ritengo che gli investitori americani siano propensi a fare affari in questa bellissima isola. L’immagine, per quanto riguarda la mafia, è migliorata negli ultimi anni, abbiamo capito in America che la Sicilia si è data da fare per contrastare il flagello della criminalità. Questo viene visto in maniera molto positiva e in contrasto con quello che si riscontra in aree come la Campania».

Cosa farà quando non sarà più ambasciatore?
«Per sei mesi ancora, prima che scada il mio mandato, abbiamo tantissime cose di cui occuparci, tantissimi programmi su cui lavorare. Dopo non lo so, posso soltanto dire che vorrei mantenere questo rapporto stretto con l’Italia che dura, come dicevo, da 40 anni».

Si sente di dare un consiglio al suo successore?
«Il consiglio viene da una constatazione: che abbiamo un rapporto unico con l’Italia. I motivi sono diversi: la forte emigrazione verso gli Stati Uniti, il fatto che 30 milioni di americani vantano un rapporto di parentela con l’Italia, eccetera. Fatto sta che, quando si fanno i sondaggi, risulta che qualcosa come il 70 per cento degli italiani hanno un’immagine positiva degli Stati Uniti, e non credo che gli italiani vadano d’accordo al 70 per cento su qualsiasi altro argomento… Quindi il mio successore sarà l’erede di un rapporto estremamente positivo, che non abbiamo con nessun altro Paese, forse ad eccezione dell’Inghilterra. E dovrà fare di tutto per conservare questo rapporto e per tentare di portarlo a un livello superiore. Ancora americani e italiani non fanno grandi affari insieme, lo dico sempre. E sarebbe molto importante rafforzare il legame tra i due Paesi proprio puntando sulla possibilità di fare più business insieme, perché secondo me quelli che fanno affari insieme sono i migliori alleati. Il mio auspicio per il nuovo ambasciatore è che costruisca su questa base positiva dando molta importanza al business».